Le conferenze della XXVIII^ Hobbiton realizzate il 27, 28 e 29 settembre 2024 a Pordenone sono presenti nel canale YouTube del Circolo Culturale Eureka per non perdere le prossime pubblicazioni potrete iscrivervi al canale ed essere così sempre aggiornati.
Paolo Gulisano alla 28ª edizione della Hobbiton presenta una conferenza illuminante intitolata “Dalla parte di ciò che cresce: Tolkien, la natura, la tecnologia”. Gulisano, medico e studioso poliedrico, esperto di Tolkien e cultura celtica, approfondisce uno dei temi più centrali nella poetica del professore: il complesso rapporto tra natura e tecnologia. Il relatore parte da una frase fondamentale di Tolkien da “Albero e Foglia”: “La nostra è un’era di mezzi migliori per fini peggiori”. Questa affermazione, pronunciata nel 1939 prima della Seconda Guerra Mondiale, evidenzia come le innovazioni tecnologiche (come aerei o chimica) offrano “mezzi migliori”, ma il loro utilizzo dipende dall’uomo, potendo portare a distruzione e veleni anziché guarigione o progresso pacifico. Tolkien non è critico della modernità per partito preso, ma per l’uso che se ne fa. La figura di Saruman è la chiave per comprendere la visione di Tolkien sullo scontro natura-tecnologia. Saruman, inizialmente un saggio (“wizard” nel senso di “sapiente”), tradisce il suo compito e si trasforma in un “tecnocrate”, uno che usa la tecnica per il potere. Non è un servitore di Sauron, ma un alleato che cerca di ritagliarsi un ruolo nel “nuovo ordine mondiale” basato sulla tecnocrazia. Il suo “cervello fatto di metallo e ingranaggi” è una potente metafora della rinuncia all’umanità. A Saruman “nulla importa di ciò che cresce se non gli serve in un’occasione immediata”, come il legno per le fucine degli Uruk-hai. Gulisano sottolinea la profonda difesa della natura da parte di Tolkien. In una lettera del 1972, Tolkien dichiara esplicitamente: “in tutta la mia opera io prendo le parti degli alberi contro i loro nemici”. Questa difesa va oltre un semplice “ecologismo ante litteram”; è una difesa della Creazione stessa, di “ciò che è vivo”, “ciò che cresce”. L’amore per la creazione implica gratitudine per la sua variegata bellezza (Tolkien cita 99 tipi di piante!). A differenza di Melkor e Sauron, che non possono creare ma solo distruggere e pervertire, nutrendo un profondo odio per tutti gli esseri viventi. Il concetto di “imperativo tecnologico” – l’idea che “se una cosa è tecnicamente possibile, va fatta”, senza interrogarsi sulla sua giustizia o eticità – è introdotto da Gulisano, collegandolo a opere come Frankenstein di Mary Shelley e persino alla parodia Frankenstein Junior. Questo imperativo domina la nostra era. Le opere di Tolkien, in particolare Il Signore degli Anelli, non sono solo fantasy, ma letteratura profetica che diverte, commuove e soprattutto fa pensare. Il Palantír, descritto come uno strumento per vedere e controllare a distanza , è un esempio della sua visione profetica. Se nel 1978 Gulisano lo associò alla televisione, oggi lo rivede come una premonizione dei moderni dispositivi di controllo come gli smartphone . La critica di Tolkien alla modernità ha radici anche nella sua esperienza personale: la sua infanzia a Sarehole Mill, un piccolo “Eden” verdeggiante a sud di Birmingham, era circondata dall’espansione industriale e dalle ciminiere, facendogli toccare con mano lo scontro tra natura e tecnologia. La conferenza si conclude con l’invito a “tenere gli occhi aperti” sulla realtà, ad amare la natura “così com’è” e a difendere il creato dalle manipolazioni, un messaggio fondamentale di Tolkien per noi oggi.
Il Professor Mario Polia, uno dei padri fondatori della Società Tolkieniana Italiana (STI), ha tenuto un intervento intitolato “Mitologia Tolkieniana – Fantasia e Tradizione”, in cui ha offerto un’analisi profonda delle radici e delle fonti del pensiero di J.R.R. Tolkien, concentrandosi sull’esegesi del Silmarillion. Il Professor Polia ha chiarito che Tolkien non è stato un semplice scrittore fantasy, ma un vero e proprio “scrittore della tradizione”. Polia ha chiarito che Tolkien non è stato un semplice scrittore fantasy, ma un vero “scrittore della tradizione”, intesa come sapere che “viene da oltre l’uomo e si incarna nell’uomo”. L’arte (da “ar” – eccellenza, armonia) è stata un “attingere alle fonti profonde”. La verità greca (“aletheia”) ha significato “non dimenticanza”. Il Silmarillion è stato presentato come la “teologia fondamentale” di Tolkien, essenziale per comprendere la lotta tra bene e male e la sua vicinanza alle cosmogonie antiche. Un elemento centrale è stato il “Fuoco Imperituro”, simbolo dell’essere supremo, Ilúvatar, che ha creato i Valar. È stata esplorata la figura di Melkor (Morgoth), l’essere ribelle, paragonabile a Lucifero (“Melek Hor” – re della Luce), la cui caduta è derivata dall’orgoglio. Il male, sebbene insidioso, è stato ritenuto necessario per la libertà e la crescita spirituale. Il Professor Polia ha tracciato paralleli sul “Fuoco Imperituro” in diverse tradizioni: • Vedica (Agni): “Fuoco sempre vivente”, potenza creatrice divina, “antico e pur sempre giovane”. • Greca (Eraclito, Stoici): “Fuoco sempre vivente” che si espande e si ritrae; gli Stoici hanno visto lo “pneuma” come anima del mondo, unione delle cose in Dio “senza confusione”. • Messicana (Azteca): Xiuhtecuhtli (“Dio più antico”), dal cui fuoco sono state manifestate le forme; il fuoco è stato al centro delle piramidi (Teocalli). • Andina (Quechua): “Fulmine padre” e “fuoco padre” (Yaya) che “infondevano l’essere”; l’uomo è stato chiamato Alpa Camaska (“terra animata”). • Guaraní: Il “Padre celeste” ha creato fuoco e acqua, concependo una “parola fondamentale” (canto e amore); questa “parola divina” è diventata l’anima di ogni creatura. La conferenza ha anche evidenziato la sacralità del fuoco domestico, immagine del fuoco divino, presente in tradizioni come quella romana (Tempio di Vesta) e Sioux. Tolkien, ha concluso Polia, ha attinto a una “storia sacra fondante” universale, dimostrando che la verità è una trama profonda conosciuta da sempre dall’essere umano, indipendentemente dalla cultura
Una conversazione affascinante con Igor Baglioni, direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, dalla Hobbiton 28. Pur non parlando direttamente di Tolkien, Baglioni esplora il mondo mitologico che lo ha ispirato, soffermandosi sulla dimensione sonora del mito greco. Basandosi sulla Teogonia di Esiodo, mostra come ogni “era del cosmo” avesse un suono: la lira, simbolo di ordine e armonia, legata a Zeus e Apollo; e l’aulos, simbolo di caos e disordine, usato nei riti di Dioniso e Cibele. Baglioni illustra come il suono non fosse semplice estetica, ma veicolo di significati profondi. Le Muse incarnano il sapere ordinato, mentre creature come la Sfinge o le Sirene, spesso discendenti dal mare primordiale (Ponto), incarnano conoscenze arcaiche e ambigue. Il mito, spiega, non è mai casuale: ogni elemento ha una funzione culturale precisa. Le voci “disordinate” dei mostri vengono poi riassorbite nell’ordine olimpico, in un processo che ricorda il passaggio dal caos al cosmo. Una lezione che unisce mitologia, suono e pensiero simbolico in modo sorprendente e coinvolgente.
Tolkien e Lovecraft, alle origini del fantastico con ospite Adriano Monti Buzzetti Colella lo scrittore e giornalista culturale del TG2, presidente del Centro del Libro e Lettura dei MiC, intervistato da Manuel La Placa. Parlano di Tolkien e Lovcraft alle origini del fantastico. All’interno del video scoprirete come la letteratura dell’Immaginario ha il potere misterioso di fungere da ponte tra il reale e un piano narrativo “altro”, creando mondi simbolici e universi fantastici che trascendono la quotidianità. Autori come Tolkien e Lovecraft, pur non conoscendosi e vivendo vite molto diverse, condividono una visione della fantasia come strumento di salvezza e di scoperta, alimentata da un patrimonio letterario comune. Entrambi attingono a suggestioni che oscillano tra il sublime e l’orrido, creando universi complessi e sfaccettati, quasi come due poli complementari di un unico orizzonte fantastico. La loro capacità di plasmare mondi alternativi rappresenta una luce nelle tenebre, un modo per affrontare il dolore, il disagio e il senso di smarrimento. In questo senso, sono come due “Dioscuri” del fantastico moderno, due figure che, pur estranee, hanno contribuito a definire il volto del fantastico contemporaneo.
Gianluca Comastri, il maggior esperto italiano delle lingue tolkieniane, ci conduce in un affascinante viaggio alla scoperta dell’Albero delle Lingue della Terra di Mezzo. La componente linguistica è fondamentale nelle opere di Tolkien, rinomato filologo che promosse lo studio del Gotico. Lasciò migliaia di pagine sull’argomento, considerandolo di estrema importanza, nonostante i pochi campioni nei testi pubblicati. La conferenza esplora l’evoluzione del concetto di “albero delle lingue”, base per definire razze e gruppi culturali. Si discute come le prime idee di Tolkien, con il Valarin dei Valar come lingua primordiale, siano state poi rivisitate. Il postulato che gli esseri incarnati nascono già capaci di parlare portò all’abbandono dell’idea che i Valar insegnassero la lingua agli Elfi. L’albero presentato è una “rivisitazione” necessaria, poiché Tolkien stesso non ne creò mai una versione aggiornata completa. Il linguaggio nasce con gli Elfi, le prime creature incarnate. Dal Primitivo Elfico e Eldarin Comune, i clan si dividono. Gli Avari sviluppano dialetti propri. La marcia verso Valinor vede Vanyar, Noldor e Teleri generare lingue come il Quenya (altoelfico) e il Sindarin (elfico grigio), la più comune in Terra di Mezzo. Viene analizzata l’evoluzione delle lingue degli Uomini, come l’Adûnaico (dei Numenoreani) e l’Ovestron (lingua comune), da cui deriva il dialetto Hobbit, legato al Dunlandiano. Si menzionano il Khuzdul dei Nani e il Vecchio Entese degli Ent, lungo e agglutinante. Il Linguaggio Nero di Sauron è presentato come lingua artificiale, creata per unificare le sue creature. Vengono evidenziate le radici reali: il Rohan è basato sull’Anglosassone, il Quenya richiama il Finlandese per sonorità, e il Sindarin ha sonorità celto-gallesi. I nomi dei Valar e Ilúvatar hanno radici indoeuropee. Tolkien credeva che cultura e storia modellassero la lingua, e che la lingua potesse a sua volta plasmare il pensiero, anticipando studi neuroscientifici. Questa analisi approfondita rivela le “chicche filologiche” nella narrativa di Tolkien, offrendo una comprensione più ricca del suo genio creativo.
Davide Martini ci guida in un viaggio straordinario attraverso il mondo dell’illustrazione tolkieniana, un’ esplorazione che parte da una riscoperta molto personale e arriva fino all’impatto colossale dei film di Peter Jackson. La prima illustrazione di Gollum? Quella di Tobion Zetteron del 1947 per la traduzione svedese, definita da Tolkien “enorme ed esagerato”. Eppure, curiosamente, Tolkien non aveva fornito una descrizione dettagliata di Gollum nella prima edizione de Lo Hobbit, lasciando gli artisti liberi di interpretare. Così abbiamo visto Gollum trasformarsi in un “rospo gigantesco” dalla Polonia, un “tubero malato” dalla Russia, o persino un “barba papà” come nella versione finlandese di Tove Jansson. Fu solo dopo la famosa “Guerra della Terra di Mezzo” del 1965 che Tolkien, per registrare il copyright, aggiunse maggiori dettagli, definendo Gollum “un essere piccolo e viscido” nella revisione del 1966. Ma, paradossalmente, molti illustratori continuarono a rappresentarlo come un mostro! Questa “Guerra della Terra di Mezzo” fu una vera e propria battaglia editoriale tra Ace Book (edizione pirata) e Ballantine Book (ufficiale) sulle versioni paperback del Signore degli Anelli, che Tolkien proprio non voleva, ritenendole “degradanti”. Ma questo pandemonio editoriale portò Tolkien a una fama incredibile, specialmente tra i movimenti hippy americani. Da questo caos, nacque una nuova era per l’illustrazione. Il Tolkien Calendar, lanciato nel 1975 da Tim Kirk, divenne il “veicolo” principale per l’arte tolkieniana. Tim Kirk fu un vero “artista di rottura”, con la sua Compagnia dell’Anello del 1971 “credibile, realistica”. Poi vennero i fratelli Hildebrandt, che con le loro illustrazioni portarono il Tolkien Calendar a vendere un milione di copie nel 1978! Dopo di loro, artisti come Roger Garland, con la sua visione “intimistica”, e poi Chris Achilleos e Michael McBride, introdussero dinamismo e un forte coinvolgimento emotivo. E come non citare i giganti Ted Nasmith e John Howe, le cui opere furono poi direttamente riprese da Peter Jackson? Un altro punto fondamentale fu il gioco di carte Middle Earth Collectable Card Game del 1995, che “spezzò il duopolio creativo” tra Stati Uniti e Inghilterra, aprendo le porte a illustratori da tutto il mondo, inclusi talenti italiani come Stefano Baldo e Angelo Montanini. Ma il vero “terremoto” arrivò con Peter Jackson. Nel 1998, con la sua trilogia del Signore degli Anelli, Jackson fece un’operazione incredibile: “trasportò dentro la sua idea cinematografica quasi 30 anni di storia dell’illustrazione tolkieniana”. Il suo film divenne un’opera d’arte di “insuperabile realismo”, un vero e proprio “punto fermo” con cui ogni artista deve fare i conti d’ora in poi. La “creatività libera” di prima “non c’è più”. Oggi, gli artisti si confrontano con questa eredità in modi diversi: c’è chi, come Donato Giancola, cerca di “superare la realtà” nel fantastico, e chi, come Corblock, ritorna a soluzioni più “intimistiche” e minimalistche. Davide ci ricorda che l’arte fantasy ha radici profonde, risalenti a un secolo prima di Tolkien, con pionieri francesi come Albert Robida e Henri de Montaut, e poi inglesi come Warwick Goble e Allan St. John . Un viaggio affascinante che dimostra come l’immaginario collettivo sia un flusso continuo, culminato e ridefinito dal genio di Jackson. E per finire, una chicca divertente: la rivalità tra Jules Verne e H.G. Wells, con Wells che rispondeva a Verne (che lo definiva un imbroglione) che le sue fantasie sarebbero rimaste tali, mentre quelle di Verne sarebbero diventate realtà . Un aneddoto che chiude perfettamente un viaggio tra sogno e realtà!
Il Professor Luigi Pruneti, ha presentato il suo affascinante volume “Le ragioni di Sauron”. Studioso di tradizione, esoterismo e folklore (nel senso più profondo), il suo libro, denso di richiami bibliografici (dalla Bibbia ai filosofi cristiani, studiosi di Tolkien), è una lettura profonda sul male nell’opera di Tolkien. Ma perché parlare dei “cattivi”? Spesso evitato per paura di essere “contaminati”, il male, nella storia e mitologia, ha innumerevoli sfaccettature e merita attenzione. Tolkien, sebbene le sue figure oscure siano negative, le presenta con motivazioni diverse. Morgoth: Il male assoluto, l’origine in Arda, un “alieno” che ricorda il Lucifero cristiano. Sauron: Inizialmente con dubbi, segue Morgoth e si distingue per la sua lealtà verso l’iniziatore del male. La sua malvagità è più “umanizzata” e strategica. Saruman: L’imitatore, destinato al fallimento per la sua arroganza. Figure minori: Demoni di fuoco e ragni (simbolo universale di malvagità). Un’intuizione chiave: la “umanità” negli Orchi (desideri di autonomia, chiamarsi “ragazzi”). La riflessione di Sam sulla morte degli “uomini del sud” mostra che Tolkien non dà condanne assolute. Pruneti si chiede: Sauron è un “odioso ma necessario attore” della storia, un “nero” che definisce il “bianco”? Si analizza poi l’Anello Unico: non solo un simbolo, ma un vero e proprio “condensatore di potenza” di Sauron, essenziale per il suo controllo sui popoli (riuscito solo con gli uomini, i più fragili). La sua distruzione coincide con la scomparsa di Sauron. Infine, le Torri (come simbolo di potere oscuro) e il Drago (simbolo millenario del male in Occidente, ma anche di forza in araldica). Il libro attinge anche a demonologie pre-bibliche e pantheon celtici/germanici.
Alberto Conforti e la Società Tolkieniana Italiana (STI) si sono ritrovati per un vero e proprio “amarcord”, ripercorrendo gli albori del rapporto tra la Società e la casa editrice Rusconi, definita la loro “mamma” editoriale. Alberto è arrivato in Rusconi nell’estate del ’95, trovando una casa editrice “un po’ strana”: faceva soldi con riviste popolari, ma pubblicava anche libri “coltissimi” e, in mezzo a tutto questo, c’era Tolkien. La collaborazione è stata fondamentale: Rusconi ha permesso alla Società di partecipare al Salone del Libro di Torino, fornendo i libri di Tolkien e permettendo loro di rappresentare sia la casa editrice che la Società. Questo è stato un “salto di qualità pazzesco” che ha permesso di contattare migliaia di persone e far “lievitare” le Hobbiton. Hanno anche collaborato alla realizzazione di un dizionario con il contributo di circa venti Tolkieniani e supportato giovani illustratori come Luca Michelucci, un autodidatta di talento con una passione bruciante per Tolkien. Questa apertura è stata definita “lungimiranza” dalla Società, ma Alberto la considera anche una questione di “convenienza”. Viene ricordato come, inizialmente, Edilio Rusconi fosse scettico sulla pubblicazione del Signore degli Anelli, ritenendolo troppo “strano” per l’Italia. Tuttavia, il libro si rivelò la fortuna della casa editrice. Purtroppo, nel ’99 la Rusconi fu venduta ai francesi di Hachette, interessati solo alle riviste e non ai libri. Questa cessione ha interrotto un grande desiderio di Alberto: la revisione della traduzione del Signore degli Anelli. Nonostante fosse stato detto che l’ostacolo fossero i “lucidi” pre-computer, Alberto ha svelato che si trattava di una “bugia” degli editori. Ha spiegato che con le 300.000 copie vendute in un mese dopo l’uscita del primo film, un rifacimento sarebbe stato economicamente possibile. Si è espresso il rammarico personale che, se la Rusconi fosse rimasta, forse la ritraduzione non sarebbe “solo strana” come quella attuale, ma un lavoro “molto più grande, importante, serio”. Nonostante ciò, i ricordi di quella collaborazione sono stati condivisi con gioia.
Un viaggio immersivo nel mondo de Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, un’opera che tocca il cuore di molti e che per Caterina Ciufferri è stata persino l’oggetto di una tesi di laurea di 358 pagine in lingua inglese, completata in un’epoca in cui reperire testi era “difficilissimo”. La conferenza esplora il celebre romanzo non solo come un’avventura fantasy, ma come il viaggio di Bilbo Baggins verso la maturità e la scoperta di sé. La relatrice sottolinea l’importanza di conoscere a fondo la cultura di Tolkien, profondamente radicata in opere come Beowulf e i frammenti di Finsburg, che lei stessa ha tradotto. Viene anche accennata la controversia riguardante la riscrittura de Lo Hobbit da parte della nuova casa editrice Giunti. Inizialmente un hobbit tipico, amante del comfort e passivo, con una “passività” che può essere letta come una forma di depressione, Bilbo è “risvegliato” dall’intervento benevolo del mago Gandalf, suo padre spirituale o anima, che lo spinge all’avventura. Il racconto analizza il conflitto interiore di Bilbo tra il suo lato “Baggins” (conservatore e materialista) e il suo lato “Took” (avventuroso), essenziale per il suo sviluppo. Gli incontri con i Troll giganti sono interpretati in termini junghiani come il confronto di Bilbo con la sua ombra, il lato oscuro e primitivo della sua personalità. Il percorso è costellato di simboli della Madre Terribile (caverne, mostri divoratori come Smaug), che l’eroe deve superare per la sua rinascita e la liberazione da una “cattività onirica”. Bilbo diventa così un simbolico “uccisore di draghi”. La scoperta dell’Anello nelle caverne dei goblin è un punto di svolta cruciale, assistendolo magicamente nel suo percorso verso la completezza e l’eroismo. L’anello simboleggia il sé, l’interezza interiore riscoperta nel processo di individuazione. Il personaggio di Gollum, un hobbit decaduto, rappresenta l’ombra di Bilbo, mostrando i pericoli dell’isolamento e dell’avidità. Bilbo, che inizialmente era poco scaltro nel linguaggio, si evolve fino a diventare un maestro del linguaggio, usandolo come arma contro il male. Nel corso del viaggio, Bilbo sviluppa coraggio, saggezza e intelligenza tattica, diventando un “risolutore di problemi” e un “salvatore”, non più un semplice scassinatore. È lui che spesso architetta le eucatastrofi, le improvvise svolte gioiose tipiche della narrativa di Tolkien. A differenza dell’imprudenza dei Nani, Bilbo avverte la paura, un sentimento vitale che salva la vita. Il testo sottolinea come la maturazione avvenga non in isolamento, ma attraverso l’interazione con un gruppo sociale, permettendo all’essere umano di “svegliarsi dalla vita del branco”. Alla fine, Bilbo torna a casa come una “nuova razza di Hobbit”. Ha raggiunto la completezza e la vera maturità, non distinguendosi più per ciò che possiede, ma per ciò che è, acquisendo autocoscienza e diventando una “persona”, a differenza di un semplice “individuo”.
Greta Bertani durante la XXVIII Hobbiton svoltasi a Pordenone a settembre 2024. Bertani ricorda che nel dicembre del 2022 è stata pubblicata per la prima volta in Italia la traduzione di Tolkien and the Silmarillion di Clyde S. Kilby, arricchita da un apparato di note. Questa edizione commentata è unica in Italia e nasce dall’idea di Giuseppe Scattolini, presidente dei Tolkieniani Italiani, durante un periodo di transizione nell’editoria tolkieniana. Il volume vuole restituire ai lettori una testimonianza di prima mano sulla figura di Tolkien, condivisa dallo stesso Kilby che lo incontrò nel 1964. La traduzione si distingue anche per un formato “aumentato”, con una sezione online su Tolkieniana.net che offre approfondimenti e potrà essere ampliata nel tempo. Il libro rivela aspetti inediti del carattere e delle abitudini quotidiane di Tolkien, includendo anche alcuni errori o fraintendimenti corretti nelle note. Kilby descrive Tolkien come una persona cordiale e curiosa, ma anche come un uomo con una produttività spesso ostacolata da una scarsa organizzazione e da problemi di salute. Come ricorda Bertani, Kilby stesso racconta della difficoltà di ottenere la prefazione da Tolkien per alcune traduzioni e della sua confusione nell’archiviazione dei suoi scritti. Greta Bertani ci racconta come Kilby trascorreva le giornate con Tolkien, con quest’ultimo che si faceva distrarre da questioni non legate alla sua scrittura. Inoltre, il libro contiene un capitolo sul cattolicesimo di Tolkien, legando la sua fede al significato salvifico di Il Signore degli Anelli, e un altro sugli Inklings, esplorando la loro influenza reciproca. Il ritratto che emerge di Tolkien è complesso e umano, con tutte le sue peculiarità. Il volume è essenziale per chiunque desideri conoscere l’uomo Tolkien, la sua vita, la sua fede e il suo carattere.
Franco Forte, scrittore ed editor Mondadori, ha tenuto una conferenza sorprendente su Giulio Cesare, intrecciando storia, mito e fantasy. Forte, vincitore del premio Tolkien a inizio carriera e grande appassionato dell’autore de Il Signore degli Anelli, ha proposto una tesi audace: e se Cesare non fosse morto alle Idi di Marzo? Nel suo libro “Cesare l’Immortale” ipotizza che il grande condottiero abbia inscenato la sua morte per sfuggire a una Roma corrotta, in cerca del segreto dell’immortalità. Il De Bello Gallico viene reinterpretato come un viaggio in una “terra di mezzo” gallica, tra creature misteriose, legioni che seguono i fiumi, e druidi visti come i Gandalf del mondo celtico. Tolkien nelle sue opere trae ispirazione da battaglie realmente accadute e molto probabilmente dallo stesso De Bello Gallico. Forte svela un Cesare geniale, fisicamente allenato, capace di battere eserciti enormi con strategie utilizzate ancora oggi, e col sogno diventare immortale come un Dio. Una chiave inedita che unisce racconto storico e suggestione epica.
Eleonora Matarrese esplora il legame profondo tra etnobotanica, manoscritti medievali e l’opera di J.R.R. Tolkien: in questa conferenza svela come il misterioso manoscritto Voynich e la natura abbiano ispirato la narrativa tolkeniana. La protagonista vegetale è l’Arum (Gigaro): presente nel Voynich, i suoi fiori bianchi, lunari, con odore di morte quando appassiti, riflettono vita e decadenza. Noto come “Dracontea” e in inglese “Lords and Ladies”, “Snakes Head” e “Addot”, la sua radice è estremamente velenosa, seppur usata per inamidare. I “fiori bianchi della valle di Morgul” di Tolkien sono identificati proprio con l’Arum, la cui bellezza nasconde una pericolosità. Scopri anche la piantaggine (“pan di via” o “way bread”), soprannominata la “pianta degli Hobbit”. Simbolo del cammino, i suoi semi erano usati per il pane, richiamando il Lembas elfico. È inoltre connessa alla tradizione anglosassone “Distaff and Spear” (6 gennaio), che rappresenta vita domestica e difesa della terra. Le campane, antichi segnali e misuratori del tempo, sono un simbolo ricorrente in Tolkien e nel Voynich (la parola “cacc” nel lunario). Legate al ciclo dell’anno e a figure come i Krampus, le campane richiamano la “ruota dell’anno” e il fluire ciclico del tempo, tema centrale nell’opera tolkeniana. Nella discussione finale, si affronta la questione delle piante “anacronistiche” nei film di Tolkien, come mais e patate. Eleonora Matarrese accenna a dibattiti storici sulla presenza di mais in contesti antichi (es. Rosslyn Chapel, tombe egizie) e la scoperta di passiflora nel Voynich, suggerendo una rivisitazione dell’etnobotanica. Una conferenza ricca di spunti, che invita a una comprensione più profonda di natura, tempo ed eredità di Tolkien.
Roberta Schembri, farmacista e appassionata di erbe, alchimia e archetipi, con la conferenza, intitolata “La Chiamata del Daimon”, esplora il concetto di una forza interiore che bussa nella vita di ognuno, portando un grande smarrimento e tensione interiore, ma anche un’energia vitale. Attraverso il viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, Roberta illustra come questa chiamata possa essere volontaria (come scegliere di seguire un sogno), involontaria (come un evento inaspettato alla Hansel e Gretel), o per seduzione (quando un argomento ti cattura visceralmente). Il Daimon è la “quinta essenza di noi stessi”, la voce autentica che, sebbene spaventosa e “terribile”, è vera e porta un tremore profondo. Il tema dello “scassinatore”, esemplificato da Bilbo Baggins, diventa metafora di colui che può “oltrepassare, che può aprire qualcosa che nessun altro è in grado di aprire”, sfidando la competizione e l’agonismo esterni. Rifiutare questa chiamata porta a un senso di vuoto e di aver perso l’occasione della propria esistenza, nonostante la sicurezza apparente. Questo rifiuto può manifestarsi anche fisicamente, con un rallentamento del metabolismo, gonfiori, problemi alle gambe e agli arti inferiori, emorroidi o micosi, che simboleggiano ristagno e difficoltà ad affrontare la “montagna” interiore. La milza, organo dell’immaginazione e creatività, può intasarsi, bloccando nuove visioni. Le storie e le fiabe, come quelle di Bilbo, Hansel e Gretel, o Giacomino e il fagiolo magico, sono modelli ancestrali che ci accompagnano e ci invitano a interrogarci. Roberta sottolinea il ruolo dei “geni vegetali” (piante) come alleati nel rispondere alla chiamata. Vengono citati l’Ippocastano, per ristagni e circolazione; il Nocciolo, “albero della saggezza” e della direzione, per superare il dubbio; il Pungitopo, per l’autocommiserazione; la Tamerice, come drenante splenico; e la Consolida, che “ripara le fratture” e unisce le parti separate della nostra psiche, come i regni degli hobbit e dei nani. L’obiettivo è raggiungere l’eudaimonia, quella soddisfazione di vivere una vita piena e autentica in ogni ambito, comprendendo che la vita è una spirale e ogni “punto” che ci assomiglia è in realtà diverso.

